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Redazione

I pride italiani sono accessibili? Scopriamolo con Simone Riflesso

Abbiamo deciso di intervistare Simone Riflesso per comprendere lo stato di accessibilità dei pride

Simone Riflesso è attivista queer e persona disabile, oltre che Content Creator. Si occupa di abilismo e rappresentazione mediatica della disabilità, comunicazione inclusiva e progetti di community building e di visibilità delle persone disabili LGBTQIA+. Unisce la sua passione per i dati all'attivismo. Ama definirsi “genitore 1 di SondaPride”, la prima mappatura del livello di inclusione di disabilità e neurodivergenze nei pride italiani.

Ciao Simone, è un piacere fare questa chiacchierata con te! Raccontaci com’è nata l’idea di fare uno studio sull’accessibilità dei Pride di tutta Italia.

L’anno scorso, in questo periodo, ho voluto lanciare un segnale concreto all'associazionismo LGBTQIA+. Ho avviato un’indagine, iniziando a raccogliere dati per stimolare una riflessione sull’accessibilità reale dei Pride di tutta Italia. L’idea era di creare uno strumento per dare la possibilità alle persone con disabilità di rivendicare spazio, anche e soprattutto dal punto di vista politico.  

Come si è svolta nella pratica l’indagine?

Ho fatto una minuziosa ricerca dei contatti di riferimento degli organizzatori di ogni Pride. Di settimana in settimana ho mandato un sondaggio per chiedere quali fossero i servizi di accessibilità previsti non solo per la parata, ma per i discorsi finali, per l’after party, insomma, per ogni aspetto della manifestazione. Inoltre ho ampliato l’indagine a questioni che spaziano dall’accessibilità della comunicazione, a quella del sito web e dei canali social, oltre che sulla presenza sul palco di persone con disabilità. Sul palco sarebbero stati presenti esponenti della community LGBTQ+ con disabilità o neurodivergenti? La manifestazione sarebbe stata priva di abilismo? Tematiche importanti come quella della sessualità delle persone con disabilità avrebbero trovato spazio? 

Due bandiere LGBT si incrociano

E i collettivi dei vari Pride d’Italia hanno risposto al sondaggio? 

Su 50 organizzatori, 42 hanno inviato le proprie risposte al questionario che gli ho inviato. Alla fine di luglio dell’anno scorso ho poi avviato un controsondaggio: ho chiesto l’aiuto della rete e sono riuscito a contattare attraverso i social 161 persone neurodivergenti o con disabilità chiedendo loro conferma del livello di accessibilità riscontrato e ho messo a confronto i due risultati ottenuti. 

Il confronto ti ha stupito? Qual è stato il risultato? 

Da parte dei partecipanti sono risultate moltissime testimonianze sull’accessibilità dei Pride di tutta Italia, sono state preziose e sono diventate parte integrante del report. Lo scopo non era né crocifiggere gli organizzatori, né accusare nessuno, ma dare uno strumento di consapevolezza, sia agli organizzatori sia soprattutto alle persone disabili e neurodivergenti, che hanno il diritto di essere considerate, esattamente come chiunque altro.

E quindi dall’unione delle risposte degli organizzatori e della community è nato SondaPride. 

Sì, esatto. A questo punto ho raccolto tutte le risposte ottenute, le ho organizzate e ho aggiunto un commento ai risultati. Il lavoro ha richiesto molto tempo ed energie ed è stato reso disponibile gratuitamente, proprio perché tutti potessero beneficiarne. Ora è liberamente consultabile e scaricabile sul mio sito

Quanto è stata essenziale la relazione con la tua community nella finalizzazione dello studio? 

La mia community di riferimento è stata molto proattiva e supportiva: senza di loro e senza le loro testimonianze lo studio non sarebbe stato possibile. Sono state raccontate tante esperienze spiacevoli che senza SondaPride non avrebbero avuto voce. Ci sono state anche smentite ed è emerso il contributo di tante persone che spesso non accedono agli eventi dal vivo sia per effettiva impossibilità sia per paura di scontrarsi con i limiti di un sistema abilista che non prevede la presenza di chi ha situazioni che non rientrano nella norma. Tutti vorrebbero aver modo di partecipare: rendere le manifestazioni accessibili a tutti sarebbe l’ideale perchè i diritti di tutti vengano presi in considerazione e rispettati. 

Che cosa rappresenta il Pride per te? 

Il Pride è la più potente forma di pretesa di visibilità e attenzione per rivendicare il proprio orgoglio di essere apertamente queer da parte della comunità LGBTQIA+. È sempre una grande cassa di risonanza della cultura della comunità arcobaleno. Penso che l’occasione di renderne accessibile la partecipazione anche a distanza sarebbe importante anche per dare risalto a contenuti rilevanti che hanno una vita anche al di là dell’evento contingente. Pensiamo alle dirette con la presenza di un interprete LIS, alle registrazioni degli interventi sul palco sottotitolate in un secondo momento o audiodescritte e poi rese disponibili a chiunque. Sarebbero contenuti rilevanti e di esempio per tutti quanti, per un diretto e corretto accesso alle informazioni. 

Il tuo studio proseguirà o lo consideri compiuto? 

In futuro vorrei fare un follow up dei dati raccolti, rimandare il sondaggio e capire che cosa è cambiato, sapendo che in questo caso la community è già attiva, può verificare e segnalare subito quello che attualmente funziona e ciò che invece non è stato risolto.

Qual è il messaggio di fondo di SondaPride?

La ricerca è uno strumento che ho voluto dare alla community per fare una fotografia della situazione e per far prendere coscienza di quanto occorra ancora fare per rendere l’associazionismo LGBTQIA+ davvero inclusivo per chiunque, prendendo il Pride come esempio. Per far sì che i diritti di essere presenti e previsti vengano rivendicati senza remore. I dati vanno presi e usati, vanno coinvolte le associazioni perché esse stesse inizino a parlarne e a farne parlare, perché diano spazio alle persone queer disabili e neurodivergenti, che sono spesso marginalizzate e invisibilizzate. Credo che l’associazionismo LGBTQIA+ per sua natura possa fare da esempio di inclusione delle disabilità e neurodivergenze, anche per altri contesti. E che proprio dalla comunità queer, possa essere esportata una cultura di cura reciproca di cui la società ha bisogno. Qualcosa si sta muovendo, spero che questo studio possa essere un modello da esportare e che sia di ispirazione a tante altre realtà.

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