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Hate speech contro la disabilità: cos'è e come si combatte

Cos'è l'hate speech e come si combatte a difesa delle persone con disabilità

Scritta "Hate speech" all'interno del simbolo stradale di divieto. Sullo sfondo i loghi dei principali social network.

Quante volte ci capita di leggere parole di offesa e odio sui social? Commenti su Facebook, post su Instagram, tweet di hate speech nei confronti delle donne, dei migranti, delle persone con disabilità. Internet è diventato il luogo dell’odio per eccellenza: dietro agli schermi dei computer e degli smart phone è facile digitare parole senza pensarci troppo, parole che però hanno un peso enorme.

Vi siete mai chiesti quali sono le parole di odio più diffuse nel nostro paese? Quanto è presente il fenomeno dell’hate speech nei confronti delle persone con disabilità?

Che cos’è l’hate speech

Cerchiamo di capire, innanzitutto, di che cosa parliamo quando ci riferiamo all’hate speech. L’espressione “hate speech” indica quel tipo di comunicazione basata su parole di odio e intolleranza nei confronti di una o più persone, accomunate da orgine culturale, orientamento sessuale, idee politiche, religione o disabilità.  Si tratta di espressioni pericolose, fake news, discorsi volti ad attaccare le persone che vengono considerate “diverse”.

“Il termine “discorso d’odio” (hate speech) deve essere inteso come l’insieme di tutte le forme di espressione che si diffondono, incitano, sviluppano o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo ed altre forme di odio basate sull’intolleranza e che comprendono l’intolleranza espressa attraverso un aggressivo nazionalismo ed etnocentrismo, la discriminazione l’ostilità contro le minoranze, i migranti ed i popoli che traggono origine dai flussi migratori”. Raccomandazione n. 20/1997 del comitato dei ministri del consiglio d'Europa.

Il ruolo dei Social Media

A differenza dei tradizionali mezzi di comunicazione, i Social Media hanno un immenso potere nel veicolare i discorsi d’odio. La dinamica comunicativa dei Social si fonda sul modello many to many, ovvero la promozione del messaggio verso un’audience sempre maggiore, arrivando, di conseguenza, a persone con background culturale e politico molto diversi. Per sua natura Internet ha la capacità di facilitare e rendere virali alcuni contenuti in un brevissimo lasso di tempo.E non dimentichiamo quanto poco basti perché dalle parole si passi ai fatti: le parole d’odio si trasformano in pericolosi comportamenti d’odio.

Hate speech e disabilità

Nel nostro paese l’incitamento all’odio online è stato oggetto di un’indagine i cui risultati hanno dato vita alla “Mappa dell’intolleranza 4: disabili nel mirino”, pubblicata sul sito dell’Osservatorio italiano sui Diritti. Rispetto al 2018, le persone con disabilità sono al centro dell’intolleranza, che si è diffusa a macchia di leopardo.

Le zone dove è maggiormente concentrato il numero di tweet intolleranti sono Milano, Napoli, Firenze, Torino, Venezia e Bologna.

Le parole dell’intolleranza

Le parole che più ricorrono sui Social nei confronti delle persone con disabilità sono: mongoloide, spastico, celebroleso, nano, handicappato, storpio, down, mongoflettico, zoppo, quattrocchi, cecato, ritardato, demente. Come possiamo notare da questo elenco, emerge con chiarezza che la maggior parte delle offese colpisce una caratteristica della persona che viene denigrata e considerata inferiore.

Libertà di espressione e hate speech: esiste un confine?

Abbiamo parlato di hate speech e disabilità ed è necessario toccare un altro aspetto fondamentale: la questione del delicato rapporto tra hate speech e libertà di espressione. Dove finisce l’uno e comincia l’altro?Il diritto di una persona di manifestare il proprio pensiero o giudizio trova un limite nel momento in cui la dignità di una persona viene lesa, sconfinando così in un linguaggio di odio e intolleranza.Quando si dice che le parole feriscono più dei gesti non è una semplice affermazione. E che le parole sono importanti è quanto mai vero nel nostro tempo, un tempo che sembra intrappolato tra le maglie dell’odio, dal quale sembra non esserci via di uscita. Ma una via di uscita c’è.

Per rispondere e quindi contrastare i discorsi di incitamento all’odio possiamo ricorrere a due tipologie di narrazioni positive: la contro-narrazione e la narrazione alternativa.

La prima consiste in una risposta che punta a scardinare l’affermazione discriminatoria evidenziandone l’incoerenza. Si possono usare strumenti di verifica delle assurdità affermate come il fact checking. Opuure si usa il rovesciamento ironico della prospettiva.

La seconda, invece, punta a cambiamenti di lungo termine. La via è promuovere punti di vista alternativi, smontando stereotipi. Lo scopo è definire una nuova comunicazione basata, fra le altre cose, sulla prospettiva dell’inclusività.

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