Redazione
—
21 maggio 2026
Dopo il GAAD: quando l'accessibilità diventa responsabilità aziendale
Come si costruisce un'organizzazione che tratta l'accessibilità non come un evento annuale, ma come una pratica continua, misurabile e responsabilizzata?
.jpg)
Ogni terzo giovedì di maggio il feed di LinkedIn si riempie di post sull'accessibilità. Hashtag, infografiche, dichiarazioni di intenti, statistiche sui miliardi di persone con disabilità nel mondo. Il venerdì mattina, in molte aziende, ricomincia tutto come prima.
È il paradosso del Global Accessibility Awareness Day (GAAD): mai così tante persone parlano di accessibilità, mai così poche organizzazioni la trasformano in pratica continua.
Non è una critica al GAAD in sé. La giornata mondiale dell'accessibilità digitale, nata nel 2011, ha un merito enorme: ha portato il tema fuori dai team tecnici e dentro le conversazioni di leadership. Il problema arriva dopo. Una volta che il riflettore si spegne, il digitale torna a funzionare bene per chi era già stato considerato in fase di progettazione, e male per tutti gli altri.
Questo articolo prova a rispondere a una domanda che molti leader si pongono in questi giorni, ma che raramente diventa conversazione strategica. Come si costruisce un'organizzazione che tratta l'accessibilità non come un evento annuale, ma come una pratica continua, misurabile e responsabilizzata?
Quanto è grande il gap tra intenzione e pratica
I dati sul gap esistono e sono scomodi. Secondo il rapporto WebAIM Million 2026, oltre il 95% delle home page più visitate al mondo presenta almeno un errore di accessibilità rilevabile automaticamente (dato in crescita anno su anno, tra l’altro).
Nel contesto europeo lo scenario è cambiato in modo strutturale dal 28 giugno 2025, con l'entrata in vigore dell'European Accessibility Act. Da quella data molti prodotti e servizi digitali venduti nell'Unione Europea devono rispettare requisiti precisi di accessibilità. La conformità non è più solo una scelta etica, è un obbligo normativo.
Eppure una parte significativa delle aziende italiane si è mossa solo nei mesi immediatamente precedenti la scadenza, spesso con interventi tampone. La differenza tra chi ha trattato la compliance come progetto chiuso e chi l'ha costruita come pratica continua si vede nei budget di rimediazione per l’anno nuovo.
Sul fronte business, il ritorno dell'investire in accessibilità è documentato. L'inclusive design migliora i tassi di conversione, riduce il churn, allarga il bacino di utenza naturale e contribuisce alla SEO.
Eppure questi benefici sono ancora poco presenti nei business e questo porta a una conseguenza semplice ma inevitabile: ogni discussione sull'accessibilità diventa un dialogo tra chi parla di valori e chi chiede numeri.
I quattro livelli di maturità dell'accessibilità aziendale
Per portare l'accessibilità nell'agenda della leadership serve un linguaggio comune, che vada oltre il binario "siamo compliant / non siamo compliant". Il modello che proponiamo si articola in quattro livelli: awareness, compliance, practice, culture.
Livello 1: Awareness
Sai che l'accessibilità esiste. Magari hai anche una persona che la presidia internamente. Il tema vive nei valori dichiarati ma non nei processi quotidiani.
Il segnale che l’azienda è ferma a questo livello è chiaro: quando chiedi al team di prodotto chi è responsabile dell'accessibilità del prossimo rilascio, la risposta è "non lo so, dipende". L'accessibilità non ha un proprietario operativo. È compito di tutti, quindi di nessuno.
La leva per il salto è nominare un owner con autorità reale e risorse. Significa una persona o un piccolo team che ha il potere di bloccare un rilascio non conforme, non solo di scriverne nelle release note.
Livello 2: Compliance
Hai fatto un audit, hai rimediato i problemi critici, hai pubblicato una dichiarazione di accessibilità. Sei in regola con la normativa. Il problema è che la tua conformità è statica: una fotografia di un momento, in un prodotto che continua a evolvere ogni due settimane.
Il segnale è altrettanto chiaro: ogni nuovo deploy rischia di introdurre regressioni che nessuno intercetta finché un utente non le segnala.
La leva è integrare i controlli di accessibilità dentro il ciclo di sviluppo. Portare i test automatici dentro la pipeline, inserire criteri di accessibilità sin dalle fasi di progettazione dell’esperienza utente, formare i team di prodotto perché sappiano riconoscere le barriere prima di crearle.
Livello 3: Practice
L'accessibilità è ormai parte del modo in cui costruisci prodotto. È nel design system, nei criteri di procurement quando scegli un fornitore, nei brief di ricerca, nelle review di sprint. Non dipende più da una singola persona: se quella persona va in vacanza, il sistema continua a funzionare.
La leva per il salto successivo è portare il tema dove ancora non vive, cioè nei processi che riguardano le persone. Hiring, leadership, partnership con il mondo associativo, presenza di persone con disabilità nei tavoli decisionali.
Livello 4: Culture
L'accessibilità è diventata un fatto identitario, non una specifica tecnica. È parte delle assunzioni, entra nei piani di carriera, nei criteri di selezione dei fornitori, nelle partnership commerciali. La leadership non delega il tema a un team, lo abita in prima persona.
“Il vero indicatore di maturità non è ciò che un’azienda pubblica nel giorno del GAAD, ma ciò che succede nei suoi processi il giorno dopo. Se l’accessibilità non entra nei rilasci software, nei budget, nella scelta dei fornitori, nei test con persone con disabilità e negli obiettivi della leadership, resta comunicazione. Oggi la sfida è passare dalla sensibilizzazione alla responsabilità misurabile. In Accessiway lavoriamo proprio su questo: aiutare le organizzazioni a rendere l’accessibilità una pratica stabile, non una ricorrenza”, dichiara Paolo Berro, VP of Accessibility di Accessiway.
Le leve per spostare l'organizzazione
Tra un livello e l'altro non c'è un salto magico. Ci sono leve specifiche, che agiscono su quattro dimensioni: governance, metriche, processi, persone.
Sulla governance, la domanda decisiva è "il responsabile dell'accessibilità ha l'autorità di rallentare una release?". Se la risposta è no, il tema rimane una raccomandazione.
Sulle metriche, sono sufficienti due o tre KPI in dashboard di sviluppo:
Numero di barriere aperte sul prodotto e livello di criticità.
Tempo medio di risoluzione dalla scoperta alla chiusura.
Copertura dei test automatici sui nuovi rilasci.
Sui processi, la differenza la fa lo "shift left". Spostare i controlli all’inizio del ciclo di vita del prodotto direttamente nella fase di design e ricerca, riduce in modo drastico il costo della rimediazione.
Sulle persone, infine, la leva più sottovalutata è la presenza strutturale di persone con disabilità nei processi di sviluppo sia nei team di prodotto sia come user test.
Tre azioni per lunedì mattina
Se il GAAD è il momento giusto per fermarsi un attimo e guardare la propria organizzazione con onestà, queste sono tre azioni concrete che chi guida il digitale può attivare entro la fine della settimana prossima.
La prima è mappare a che livello del modello si trova oggi la propria azienda. Non è un esercizio teorico: serve a dare un nome al problema, e quindi a definire la priorità.
La seconda è identificare i processi aziendali dove l'accessibilità è ancora invisibile. Renderli visibili è il primo passo per migliorarli.
La terza è inserire una metrica di accessibilità in almeno uno degli OKR del trimestre in corso. Anche una sola, anche imperfetta. Misurare cambia il comportamento più di qualunque dichiarazione di intenti.
Il Global Accessibility Awareness Day funziona quando è la scintilla, non quando è il punto di arrivo.
La nostra convinzione, dopo anni passati dentro questi processi, è semplice. L'accessibilità è una pratica continua. E la differenza tra le aziende che la vivono come tale e quelle che la celebrano una volta all'anno si misura sui prodotti, sulle persone e, sempre più, sui bilanci.

Redazione
In occasione della Giornata mondiale del libro, analizziamo perché un e-book non è automaticamente un libro accessibile e cosa serve per rendere i testi di studio davvero fruibili da tutti.
Accessibilita Digitale

Redazione
Il vibe coding sta cambiando lo sviluppo software. Insieme alla velocità, però, porta con sé un problema che pochi stanno ancora misurando: il codice generato dall'AI, lasciato a se stesso, produce molto spesso interfacce che escludono le persone con disabilità.
Accessibilita Digitale

Paolo Berro
L'European Digital Identity Wallet viene presentato come uno dei pilastri della nuova sovranità digitale europea. Sulla carta, una piccola rivoluzione.
Legislazione